L’arte di perdere: Oriente e Occidente di fronte alla sconfitta

Due modi di guardare la caduta

In ogni cultura, la sconfitta ha un suo linguaggio.

In alcune lingue è un termine che ferisce, in altre è solo una pausa del cammino.

In Giappone, per esempio, la caduta non è necessariamente un errore: può essere una curva naturale della strada, un punto di osservazione diverso da cui ripartire.

In Occidente, invece, la parola fallimento si accompagna spesso a vergogna, colpa o riscatto.

Due sguardi che raccontano non solo due culture, ma due diversi modi di intendere l’essere umano.

 

“Cadi sette volte, rialzati otto”

Il proverbio giapponese “Nana korobi, ya oki”Cadi sette volte, rialzati otto — è forse il modo più semplice e diretto per comprendere la prospettiva orientale.

La sconfitta non è un incidente, ma una costante naturale.

Nei monasteri zen, il maestro non si aspetta che l’allievo riesca subito: osserva piuttosto come reagisce quando non riesce.

Un antico monaco, citato negli scritti di Daisetz Suzuki, diceva:

“Chi vince una volta, può illudersi. Chi perde cento volte, ha visto se stesso.”

Nelle scuole di kendō o di judo, la pratica della sconfitta è quotidiana.

Il giovane praticante viene spesso messo contro un avversario più forte, non per umiliarlo ma per mostrargli che il corpo deve imparare a cedere, non solo a colpire.

Il movimento nasce dal limite: da lì inizia la comprensione.

Anche nel pensiero buddhista, perdere è parte della via.

Quando si cade, si abbandona una forma di attaccamento — all’immagine, al risultato, alla sicurezza.

È in quel momento che la mente diventa più permeabile, più sincera.

Il maestro Thich Nhat Hanh scriveva:

“Ogni volta che fallisci, puoi respirare e sorridere. In quel sorriso c’è la possibilità di un nuovo inizio.”

 

Le sconfitte che formano

Nelle arti marziali giapponesi, la sconfitta non è solo accettata: è cercata.

Si narra che Morihei Ueshiba, fondatore dell’aikido, per anni si facesse battere dai suoi allievi più giovani per “imparare la loro energia”.

Quando un discepolo gli chiese perché non volesse vincere, rispose:

“Vincere è chiudere. Perdere è capire.”

 

Questo atteggiamento riflette un principio più ampio della cultura orientale: il valore dell’incompletezza.

Il wabi-sabi, estetica della bellezza imperfetta, riconosce nella crepa e nel difetto la verità della materia.

Allo stesso modo, la sconfitta diventa una crepa nella biografia: lascia entrare luce e aria dove prima c’era solo forma.

 

In Occidente: il peso del risultato

Il mondo occidentale, soprattutto dopo la rivoluzione industriale, ha costruito una cultura della performance.

Il successo è una misura, la sconfitta un ostacolo da rimuovere o trasformare in lezione.

La nostra lingua stessa tradisce questa ansia: “fallire” deriva dal latino fallere, cioè “ingannare”.

Chi fallisce, in qualche modo, ha tradito un’aspettativa — la propria o quella altrui.

Ma anche in Occidente esistono voci diverse.

Il poeta irlandese Samuel Beckett scrisse:

“Ever tried. Ever failed. No matter. Try again. Fail again. Fail better.”

(Hai provato. Hai fallito. Non importa. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio.)

In queste parole non c’è retorica, ma un’accettazione quasi orientale della caduta come ritmo naturale del vivere.

Beckett non invita a vincere, ma a convivere con la possibilità costante del fallimento.

 

Storie di sconfitta come forma d’arte

Anche l’arte occidentale ha sempre raccontato la sconfitta.

Il Don Chisciotte di Cervantes è un uomo che perde, continuamente, ma proprio per questo diventa simbolo di libertà.

Van Gogh non vide mai un suo quadro venduto in vita.

Kafka morì chiedendo che i suoi manoscritti fossero bruciati.

Eppure, in ognuna di queste vite sconfitte si nasconde un nucleo di bellezza ostinata, quella che nasce quando l’esito non coincide più con il senso.

Nel cinema orientale, invece, la sconfitta è quasi sempre l’inizio di una trasformazione silenziosa.

In Departures di Yōjirō Takita, un violoncellista rimasto senza lavoro accetta un impiego in un’agenzia funebre.

La perdita del suo sogno non diventa una tragedia, ma un modo per scoprire un diverso tipo di armonia.

In quel gesto c’è tutta la delicatezza del pensiero giapponese: la sconfitta come metamorfosi, non come fine.

 

Una questione di sguardo

Forse la differenza più grande tra Oriente e Occidente non è nel modo in cui si perde, ma in come si guarda chi perde.

In Giappone, un errore è un passo del percorso; in Europa, è spesso una deviazione da correggere.

Nelle lingue orientali, la parola “fallimento” non ha il tono morale che ha in italiano o in inglese.

È più vicina a shippai (失敗), che indica un esperimento andato male, ma non chiuso.

Ogni cultura costruisce la propria idea di dignità anche intorno al modo in cui accoglie la fragilità.

E forse, come suggeriva il regista Akira Kurosawa:

“Essere sconfitti non significa perdere. Significa solo che è arrivato il momento di guardare più a fondo.”

 

Fonti e riferimenti

  • D.T. Suzuki, Essays in Zen Buddhism, Rider & Company, 1949
  • Thich Nhat Hanh, The Art of Power, HarperOne, 2007
  • Samuel Beckett, Worstward Ho, 1983
  • Akira Kurosawa, interviste raccolte in Something Like an Autobiography, 1983
  • Yōjirō Takita, Departures (Okuribito, 2008)