Si parla spesso dei ragazzi di oggi come di una generazione ansiosa, fragile, spaventata. Ma vale la pena fermarsi davvero a chiedersi: paura di cosa? E soprattutto: si tratta di una paura irrazionale o c’è qualcosa di diverso nel mondo che stanno ereditando?
Perché i giovani hanno così paura del futuro?
I baby boomer nati dopo la guerra sono cresciuti con sfide tutto sommato chiare: trovare un buon lavoro, comprare una casa, costruire una famiglia.
Il mondo non era perfetto, ma era stabile. E soprattutto, sembrava in miglioramento. Ogni generazione stava meglio della precedente.
Per i ragazzi tra i 14 e i 25 anni di oggi, questa narrativa sembra essersi spezzata. Non ereditano un mondo da migliorare, ma un mondo da salvare. E forse già oltre il punto di salvabilità.
L’eco-ansia: riusciremo a salvarci?
Dal 2017, l’American Psychological Association studia sistematicamente quello che viene chiamato eco-ansia: una paura cronica per il destino del pianeta.
Non è ancora considerata una malattia, ma è un fenomeno reale e in crescita.
E qui sta un punto interessante: l’eco-ansia potrebbe non essere irrazionale. Potrebbe rappresentare una risposta proporzionata a una minaccia reale.
Quando si vedono i ghiacciai sciogliersi, le foreste bruciare, gli eventi estremi moltiplicarsi, e si legge che rimangono pochi anni per invertire la rotta, l’ansia potrebbe essere la risposta più razionale possibile.
Il problema emerge quando questa ansia diventa paralizzante. Quando ci si sente responsabili di salvare il mondo senza alcun potere reale per farlo.
I giovani vengono costantemente esortati ad “agire” – ricicla, non usare plastica, non sprecare – ma sanno che queste azioni individuali, per quanto necessarie, sono insufficienti di fronte a una crisi che richiede trasformazioni sistemiche.
Questa combinazione – grande senso di responsabilità e scarso senso di controllo – risulta psicologicamente devastante.
Le crisi del passato avevano un inizio e una fine
Si rischia spesso di idealizzare il passato. Le generazioni precedenti hanno affrontato guerre mondiali, epidemie, crisi economiche. E per chi non era bianco, maschio ed eterosessuale, le “sfide semplici” erano tutt’altro che semplici.
La differenza sembra risiedere nella natura delle minacce. Le crisi del passato, per quanto terribili, erano temporalmente delimitate.
La Seconda Guerra Mondiale è finita. La Grande Depressione è stata superata. Persino la Guerra Fredda aveva una logica comprensibile: due blocchi, un nemico identificabile.
Le minacce di oggi appaiono diverse:
- Sono irreversibili: una specie estinta non torna.
- Sono globali: non c’è un “altrove” dove rifugiarsi.
- Sono lente: le azioni di oggi avranno effetto tra decenni, ma alcuni danni sono già “bloccati”.
- E sono complesse: non c’è un singolo nemico da sconfiggere, ma un intero modo di vivere da ripensare.
Quando le narrative crollano
Le società funzionano in base a storie condivise su dove si viene e dove si sta andando. Queste storie danno senso alla vita, soprattutto ai giovani che stanno costruendo la propria identità.
Le narrative della modernità – progresso lineare, crescita illimitata, ogni generazione sta meglio della precedente – sembrano crollare sotto il peso della realtà.
I giovani vedono che il “progresso” ha creato anche problemi esistenziali. Vedono istituzioni che parlano di futuro ma agiscono come se non ci fosse.
La policrisi: quando le crisi si moltiplicano e si intrecciano
Negli ultimi anni, sociologi e antropologi hanno iniziato a usare un termine nuovo: policrisi. Non significa semplicemente che ci sono tante crisi contemporaneamente, significa che queste crisi interagiscono tra loro, amplificandosi a vicenda.
- La crisi climatica peggiora i conflitti per le risorse.
- I conflitti distraggono risorse e attenzione dall’azione climatica.
- L’instabilità economica mina la fiducia nelle istituzioni.
- La sfiducia nelle istituzioni rende impossibile affrontare le crisi sistemiche.
E così via, in un circolo che si autoalimenta.
I giovani di oggi sono la prima generazione a crescere pienamente consapevole di questo groviglio. Il 70% dei ragazzi italiani tra 14 e 19 anni si dichiara preoccupato per i cambiamenti climatici.
A livello globale, tre quarti dei giovani considera il futuro “spaventoso”.
Foto di Ronan Furuta su Unsplash