La “debacle” di Ilia Malinin ai Giochi di Milano-Cortina 2026 è stata strana soprattutto per un motivo: non parliamo di un atleta incostante, ma del favorito assoluto, reduce da una lunga striscia di vittorie. Eppure, nel libero maschile, due cadute e una sequenza di errori lo hanno fatto scivolare fino all’ottavo posto.
In sala stampa, Malinin ha descritto qualcosa che molti atleti riconoscono, ma che raramente viene detto con quella chiarezza: sentirsi “soverchiato” dall’unicità dell’Olimpiade e, soprattutto, “senza controllo”.
In un altro passaggio, ha raccontato che
nel momento della posa iniziale, “momenti traumatici” e pensieri negativi gli hanno “inondato” la testa… e di “non averli gestiti”.
Questa dinamica ricorda, per certi versi, il caso più noto degli ultimi anni: Simone Biles a Tokyo 2020/2021. Lì non si trattò di una gara “storta” in senso classico, ma dell’emergere dei twisties, un blocco che toglie orientamento in aria e rende la prestazione pericolosa. Biles lo spiegò con una frase diventata centrale nel dibattito:
“la mia mente e il mio corpo semplicemente non sono sincronizzati”.
Mettere insieme questi due episodi non significa dire che siano identici. Significa usare due “casi-limite” per capire cosa può accadere anche ai più forti quando la prestazione dipende da variabili invisibili: pressione, aspettative, attenzione, paura, identità, sicurezza.
Quando la pressione cambia la mente: da “esecuzione” a “controllo”
In psicologia dello sport, un concetto classico è il choking under pressure: un calo di prestazione proprio quando la posta in gioco aumenta. Baumeister lo descrive come un paradosso: la pressione spinge l’atleta a portare troppa attenzione cosciente su gesti che, a quel livello, dovrebbero restare automatici.
Esempio pratico: un pattinatore di alto livello normalmente “sente” il timing di un salto senza doverlo scomporre mentalmente. Ma se, sotto pressione, inizia a pensare “adesso devo staccare così, ruotare così, chiudere così…”, può irrigidire micro-fasi del gesto. In sport di coordinazione fine (ginnastica, pattinaggio, tuffi) questo è particolarmente rischioso.
La differenza tra Malinin e Biles è che nel pattinaggio gli errori possono essere “solo” penalizzanti, mentre nei twisties il rischio fisico è immediato: la perdita di orientamento in aria può portare a cadute gravi. È uno dei motivi per cui Biles ha insistito sul tema sicurezza, non solo prestazione.
Aspettative: la trappola del “favorito”
Nel racconto di Malinin, la parola chiave è “Olimpiadi”: non un evento come gli altri.
ESPN ha riportato un’interpretazione utile di una sport psychiatrist, la dott.ssa Wilsa Charles Malveaux:
essere il Super favorito (l’overwhelming favorite) crea una pressione diversa, “con tutti gli occhi addosso”, e può diventare uno svantaggio competitivo perché amplifica l’aspettativa di perfezione.
Qui entra in gioco la distinzione (molto concreta) tra:
- paura di perdere: “se sbaglio, butto via anni di lavoro”
- paura di vincere (più sottile): “se vinco, cosa succede dopo? reggerò lo status? diventerò prigioniero di questa versione di me?”
Non sempre un atleta vive consapevolmente questi pensieri. Spesso si presentano come tensione fisica, confusione, “rumore mentale”. E possono esplodere proprio quando la narrazione esterna (“oro sicuro”) è più forte.
“Pensieri automatici” e memoria emotiva: quando la mente fugge
Un passaggio molto interessante emerso durante un approfondimento del canale ESPN ( il principale canale sportivo americano) riguarda i cosiddetti pensieri automatici: intrusioni rapide, non scelte, che spostano l’attenzione dal compito al significato personale dell’evento (“non posso sbagliare”, “se sbaglio è finita”, “sto deludendo tutti”).
La dott.ssa Malveaux usa proprio il termine automatic thoughts e propone un punto chiave: non scegliere il primo pensiero, ma poter scegliere il successivo.
Per Malinin, il racconto dei “momenti traumatici” che affiorano proprio all’inizio della routine si colloca qui: non è necessariamente un “trauma” clinico, ma può essere un insieme di ricordi emotivi, paure passate, pressioni accumulate, che in quel contesto vengono riattivate.
Biles, dall’altra parte, ha descritto i twisties come una disconnessione tra intenzione e controllo motorio: voler fare un’azione e sentire che il corpo non la esegue come dovrebbe.
Sono due vie diverse verso lo stesso esito: la prestazione non è più “un flusso”, ma un territorio senza controllo.
Ambiente olimpico: non è solo la gara ma tutto il contorno
Un altro elemento spesso sottovalutato è l’ecosistema olimpico: villaggio, media, sponsor, richieste, interviste, cerimonie, distrazioni, ritmi alterati. La dott.ssa Jessica Bartley (USOPC, servizi psicologici) ha descritto quanto possa essere “travolgente” dover bilanciare opportunità uniche e massima prestazione, con decisioni continue che drenano energia mentale.
È un punto essenziale perché spiega perché atleti dominanti in contesti “normali” possano deragliare proprio lì. Non sempre serve una fragilità preesistente: a volte basta una somma di micro-fattori che, insieme, spostano l’attenzione dal compito.
Cosa ci dicono le storie di Malinin e Biles
- Malinin mette a fuoco la pressione del favorito e l’“invasione” di pensieri negativi, descrivendo una perdita di controllo soggettiva nel momento decisivo.
- Biles ha reso pubblica una condizione tecnica e mentale (i twisties) e ha chiarito che, quando mente e corpo non sono sincronizzati, la scelta più razionale può essere fermarsi.
Il punto in comune non è “la fragilità”.
È la consapevolezza che la prestazione d’élite è un equilibrio tra automatismi allenati e condizioni mentali favorevoli.
Quando quell’equilibrio salta, un campione può sembrare improvvisamente “un altro atleta”. E non perché sia cambiata la sua tecnica in una settimana, ma perché sono cambiate le variabili che permettono a quella tecnica di emergere.
Segnali precoci e strategie evidence-based: cosa può fare la differenza prima che la prestazione crolli
Le debacle improvvise, come quelle viste nel caso Malinin o nel blocco dei twisties di Biles, raramente arrivano “dal nulla”. Spesso esistono segnali precoci, sottili ma riconoscibili, che precedono il calo di performance.
Segnali precoci da non sottovalutare
- Aumento del “rumore mentale”
Pensieri ripetitivi del tipo:
- “Non posso sbagliare.”
- “Tutti si aspettano che vinca.”
- “Se fallisco, è un disastro.”
La letteratura sul choking under pressure (Baumeister, Beilock) mostra che quando l’attenzione si sposta dall’esecuzione automatica al controllo cosciente del gesto, la performance può deteriorarsi.
- Perdita di fluidità nei movimenti in allenamento
Micro-errori in sequenze solitamente automatiche possono indicare un eccesso di controllo cosciente. - Alterazioni fisiologiche eccessive
Tachicardia persistente, rigidità muscolare, difficoltà respiratoria non proporzionata allo sforzo. - Evitamento o sovra-allenamento
Due strategie opposte ma entrambe problematiche:
- evitare situazioni competitive;
- aumentare eccessivamente il carico per “compensare”.
- Distacco emotivo
Nel caso Biles, la percezione di “mente e corpo non sincronizzati” è stata un campanello d’allarme molto chiaro.
Strategie supportate dalla ricerca
1)Routine pre-performance
Le ricerche mostrano che routine strutturate prima della gara riducono l’impatto dell’ansia. Una sequenza stabile (respirazione, parola chiave, gesto preparatorio) aiuta il cervello a entrare in modalità esecutiva.
È il motivo per cui molti atleti ripetono sempre lo stesso rituale prima di iniziare.
2)Focus esterno anziché interno
Studi di Beilock dimostrano che concentrare l’attenzione sul risultato dell’azione (“colpire quel punto”, “seguire quella traiettoria”) è più efficace che concentrarsi sulla meccanica del gesto (“piega il ginocchio, ruota così…”).
Il focus esterno protegge dall’eccesso di autocontrollo.
3)Respirazione e regolazione fisiologica
Tecniche di respirazione lenta e controllata attivano il sistema parasimpatico, riducendo l’iperattivazione. Questo è particolarmente utile in sport ad alto rischio come ginnastica e pattinaggio.
4)Self-talk strutturato
La dott.ssa Malveaux ha sottolineato l’importanza di non scegliere il primo pensiero automatico, ma il secondo.
Esempio:
Pensiero automatico → “Sto per sbagliare.”
Risposta allenata → “Resta nel gesto. Un elemento alla volta.”
Il self-talk non elimina l’ansia, ma la incanala.
5)Visualizzazione guidata
La visualizzazione mentale attiva circuiti simili a quelli del movimento reale. Preparare mentalmente scenari di pressione aiuta a ridurre l’impatto emotivo quando si verificano.
È una pratica comune negli atleti olimpici.
6)Supporto psicologico strutturato
Oggi molte federazioni, incluso il USOPC, integrano psicologi dello sport nel team tecnico. L’obiettivo non è “riparare” un atleta fragile, ma prevenire accumuli di pressione e lavorare sull’identità oltre il risultato.
Una differenza cruciale: fermarsi o continuare?
Il caso Biles ha mostrato un’altra variabile importante: la capacità di fermarsi quando la sicurezza è compromessa. Nel pattinaggio artistico, come nella ginnastica, un errore tecnico sotto blocco cognitivo può avere conseguenze fisiche gravi.
Malinin, invece, ha completato la gara, ma ha descritto una sensazione di perdita di controllo mentale. Sono due risposte diverse a due condizioni diverse, ma entrambe rivelano una realtà spesso invisibile: la prestazione di altissimo livello è un equilibrio fragile.
Riferimenti
Baumeister, R.F. (1984). Choking under pressure: self-consciousness and paradoxical effects of incentives on skillful performance.
Beilock, S.L. et al. (2005). Working memory and “choking under pressure”… (meccanismi attentivi e pressione).
ESPN, resoconto della gara e dichiarazioni di Malinin.
Olympics.com, dichiarazioni di Simone Biles
Foto di Natalya Karpeka su Unsplash
