Quando si parla di salute, spesso si pensa solo a ciò che accade nel corpo: sintomi, diagnosi, trattamenti. Eppure, un numero crescente di studi e ricerche cliniche mostra che il benessere fisico è profondamente intrecciato a fattori psicosociali, come le emozioni, le relazioni sociali, il livello di istruzione e la condizione economica.
Questi elementi, noti come determinanti psicosociali della salute, non solo influenzano la qualità della vita, ma possono incidere sull’insorgenza e sull’evoluzione delle malattie.
Cosa sono i determinanti psicosociali?
Per determinanti psicosociali si intendono quelle condizioni sociali, relazionali ed emotive che possono condizionare lo stato di salute di una persona. Tra questi rientrano:
- Lo stress cronico (familiare, lavorativo, economico)
- Il sostegno sociale e la qualità delle relazioni interpersonali
- Il livello socioeconomico
- L’accesso all’istruzione
- L’autostima, il senso di controllo sulla propria vita
- Le esperienze traumatiche o avverse, soprattutto nell’infanzia
Le evidenze scientifiche
Negli ultimi decenni, la ricerca ha evidenziato quanto questi fattori abbiano un impatto concreto sul corpo. Uno degli studi più noti è l’Adverse Childhood Experiences Study (ACE Study) condotto negli Stati Uniti da Vincent Felitti e Robert Anda, che ha coinvolto oltre 17.000 pazienti della sanità pubblica.
I risultati hanno mostrato che le persone con un alto punteggio ACE (cioè più esperienze avverse nell’infanzia) avevano un rischio significativamente maggiore di sviluppare malattie croniche, depressione, dipendenze.
Anche la World Health Organization (WHO) ha più volte sottolineato che:
“le condizioni in cui le persone nascono, crescono, vivono, lavorano e invecchiano rappresentano fattori chiave per la salute globale. “
In un report del 2008, intitolato Closing the Gap in a Generation, l’OMS ha invitato i sistemi sanitari a considerare le disuguaglianze sociali come una delle principali cause di malattia.
Il ruolo dello stress e delle emozioni
Un tema centrale nei determinanti psicosociali è lo stress, in particolare quello cronico, che può avere effetti biologici profondi. Il neuroendocrinologo Bruce McEwen, della Rockefeller University, ha coniato il termine allostatic load per descrivere il “costo fisiologico” dello stress sul corpo.
Secondo McEwen, l’esposizione prolungata a emozioni negative e tensioni sociali altera i sistemi ormonali, immunitari e infiammatori, predisponendo a malattie cardiovascolari, diabete e disturbi dell’umore.
In modo complementare, lo psicologo Sheldon Cohen, della Carnegie Mellon University, ha dimostrato che le persone con un buon sostegno sociale hanno una risposta immunitaria più efficace e si ammalano meno frequentemente, anche in presenza di agenti patogeni come il virus del raffreddore.
Le relazioni come medicina
Tra tutti i determinanti psicosociali della salute, la qualità delle relazioni umane occupa un posto centrale. Non si tratta solo di un “beneficio emotivo”, ma di un fattore biologicamente misurabile. Le relazioni affettive, amicali e comunitarie positive agiscono come veri e propri modulatori neurochimici, contribuendo alla regolazione degli ormoni dello stress (come il cortisolo), al rilascio di ossitocina – l’ormone della connessione – e al rafforzamento del sistema immunitario.
Uno dei più solidi riferimenti scientifici in questo ambito è l’Harvard Study of Adult Development, che da oltre 80 anni analizza la vita di centinaia di uomini (e più recentemente anche donne), provenienti da contesti diversi. I risultati? Le persone che hanno avuto relazioni calde, affidabili e sicure vivono più a lungo, si ammalano di meno e riportano livelli più alti di soddisfazione e felicità, indipendentemente dallo status economico o dal successo professionale. Come ha dichiarato il dott. Robert Waldinger, psichiatra e direttore dello studio:
“La solitudine uccide. È tanto potente quanto fumare o abusare di alcol. Le buone relazioni non proteggono solo il nostro corpo, ma anche il nostro cervello.”
Un altro contributo fondamentale viene dagli studi della psicologa Julianne Holt-Lunstad, della Brigham Young University. In una metanalisi su oltre 300.000 individui pubblicata nel 2010, Holt-Lunstad ha evidenziato che un forte legame sociale riduce il rischio di morte precoce del 50%. Al contrario, la solitudine e l’isolamento sociale sono stati associati a un aumento significativo di malattie croniche, depressione e decadimento cognitivo.
Le relazioni, quindi, funzionano come un “nutrimento invisibile”. Offrono senso, appartenenza, conforto emotivo, ma anche una regolazione fisiologica profonda. Pensiamo, ad esempio, al modo in cui il corpo si rilassa dopo un abbraccio, una parola gentile o un sorriso sincero: il battito rallenta, la respirazione si fa più profonda, il sistema parasimpatico si attiva, favorendo la rigenerazione e la guarigione.
Questo spiega perché, oggi, molte pratiche di medicina integrata includano spazi di ascolto, gruppi di supporto, pratiche di comunicazione empatica e approcci sistemici, in cui non si cura solo il sintomo, ma la rete di vita in cui il paziente è immerso.
Verso una medicina più umana e integrata
Sempre più professionisti della salute, come il medico e autore Gabor Maté, sostengono che non si può trattare una malattia senza considerare l’intero contesto di vita della persona.
“Le emozioni represse e le esperienze traumatiche non elaborate si traducono spesso in sintomi fisici”
afferma Maté nel suo libro Il corpo accusa il colpo.
Questa visione apre le porte a una medicina integrata ( concetto che spieghiamo meglio qui )che combina le conoscenze della biomedicina con un’attenzione profonda agli aspetti emotivi, relazionali e sociali del paziente. È la direzione seguita anche da modelli come la Psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI), che studia le connessioni tra mente e corpo attraverso l’interazione tra cervello, sistema endocrino e sistema immunitario.
In conclusione
I determinanti psicosociali non sono elementi “marginali” della salute: sono parte integrante della nostra biologia, perché plasmano il modo in cui il corpo reagisce e si adatta alla vita. Per stare bene, non basta curare il sintomo: occorre ascoltare le storie, le emozioni, le relazioni. Solo così si può davvero promuovere un’idea di salute piena, profonda e duratura.
Bibliografia essenziale
Felitti, V. J., Anda, R. F. et al. (1998). Relationship of Childhood Abuse and Household Dysfunction to Many of the Leading Causes of Death in Adults. American Journal of Preventive Medicine.
Holt-Lunstad, J., Smith, T. B., & Layton, J. B. (2010). Social relationships and mortality risk: A meta-analytic review. PLOS Medicine.
Waldinger, R., & Schulz, M. (2015). The Harvard Study of Adult Development. Harvard Medical School.
McEwen, B. S. (1998). Protective and Damaging Effects of Stress Mediators. New England Journal of Medicine.
Maté, G. (2011). When the Body Says No: The Cost of Hidden Stress. Vintage Canada.
WHO (2008). Closing the Gap in a Generation: Health Equity through Action on the Social Determinants of Health. World Health Organization.
Cohen, S. et al. (1997). Social Ties and Susceptibility to the Common Cold. JAMA.
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